Whittier, Alaska.

Ci sono finito quasi per caso quella volta a Whittier, Alaska. 
Rebecca mi aveva consigliato questo stupido posto, dimenticato dal mondo intero. 
Dovevo scattare delle foto per la rivista dove lavoravo al tempo. 
Mi aveva detto che non c'era nessun altro luogo più singolare di Whittier. Ed infatti, aveva ragione. 

Whittier è una piccola cittadina dell'Alaska, con circa 200 abitanti, un porto sul mare, qualche edificio che ricorda la Russia sovietica, e delle alte montagne ghiacciate alle spalle.
L'unico modo per raggiungere questo "buco di paradiso" è passare nella roccia attraverso l'Anton Anderson Memorial Tunnel, sempre se non avete una barca.

Gli unici due edifici presenti, degni di nota, sono il Buckner Building, base militare americana abbandonata, e le Begich Towers, un enorme complesso di appartamenti, giallino, rosa e celeste, conosciute anche come "a city under one roof".

Era appena iniziato l'autunno. Pioveva ogni giorno, incessantemente.
La città era grigia e gelida come la mia ex ragazza.
Passavo intere giornate davanti alla finestra, al settimo piano delle Begich Towers.
L'appartamento era squallido, ma molto luminoso. Era rivolto a Nord, quindi potevo vedere solo il grande ghiacciaio. Magari avessi potuto passare il tempo a fissare il mare, alle mie spalle. 

Quella stupida poltrona azzurra mi aveva maledettamente coccolato per lunghissime ore. Con i crampi al culo bevevo birra dalla mattina alla sera. Un pacchetto di sigarette sul comodino. La macchina fotografica al collo. Ed un libro stropicciato in mano. 

L'intera cittadina di Whittier viveva sotto un unico tetto. Le Begich Towers ovviamente. 
Non ne ho mai compreso il motivo. 

Erano tutti un po' diffidenti con lo straniero. Mi fissavano come tonti quando passeggiavo lungo i corridoi in cerca del supermercato. A malapena accennavano un saluto con il capo. 
Fortunatamente un solo giorno di quella lunga prigionia mi regalò il sole. Il tepore che palpavo nell'aria, camminando per le strade sterrate, mi faceva ritornare vivo ad ogni passo. 
Approfittai della bella giornata per andare a scattare qualche foto al porto. Poi mi diressi al Buckner Building, che non era ancora mezzogiorno.
Di nascosto entrai nella base abbandonata. Un'orribile puzza di muffa e marciume mi invase con prepotenza le narici. Ma dopo pochi minuti mi abituai all'orribile tanfo e salii al piano superiore. 
L'intera struttura era stata sventrata all'interno, come se fosse rimasta lì, in balia di tutto, da secoli. 

Solo dopo tre ore mi accorsi di non essere solo.
Stavo girovagando di stanza in stanza a cercare lo scatto perfetto quando sentii dei rumori. Dei piccoli passi lenti ma fugaci. Mi voltai di scatto ma non vidi nulla o nessuno.
La paranoia prese il sopravvento e si impossessò del mio cervello come un parassita. Iniziai a tremare e a chiedermi chi mi stava seguendo, o chi mai avesse voluto farmi del male. In fondo ero uno straniero in visita. Cordiale e solitario.
Mi nascosi dietro ad un armadio apettando di vedere cosa sarebbe successo. 

Il buio stava iniziando ad avanzare. Preso un po' di coraggio uscii dal mio nascondiglio ed iniziai a farmi strada a colpi di flash. 
Arrivato alla tromba delle scale scattai una foto per vedere dove iniziavano gli scalini.

Fu lì che me la trovai di fronte, immobile come un'arpia, a fissarmi senza espressione. 
 

Shinichi Kuromori