Storie di una foresta. Racconto haiku numero tre.

Sono passati ventiquattro giorni da quella notte. La cicatrice mi è rimasta. Lì. Sulla tempia. Come uno squarcio sulla tela di Fontana. Adoro l’arte. Studio architettura presso l’università di Hokkaido. Ho sempre avuto un amore spasmodico per l’arte contemporanea. Ma da giorni ne ho perso l’interesse. I miei pensieri sono altri. Dov’è finito il ragazzo misterioso. Avrà forse paura di me ora?

Il monte Yotei non è nascosto stanotte. Da poco la neve ha coperto tutto il distretto come zucchero a velo. La Luna illumina pallida quel candido manto. Decido di incamminarmi per entrare nella vecchia foresta. Da notti ormai il sonno non viene a bussare alla mia porta. Il sentiero in salita mi guiderà da lui. Nella tasca interna della giacca ho ancora il biglietto nero.

Sfilo una sigaretta dal pacchetto. Ma non ho un accendino. Decido di proseguire. Per una volta ne farò a meno. L’aria è luminescente stanotte. Perfino le stelle, contornate dalle cime degli alberi, descrivono la via da seguire. Come fuochi fatui. Questi alberi. La loro disposizione teatrale mi ricorda lo schieramento di due eserciti. Il sentiero è l’unica barriera che li divide dalla morte. O dalla vittoria.

Adoro fumare. Ad ogni passo il desiderio rimbalza dalla bocca alle mani. E dalle mani alla bocca. E’ da mezzora che cammino. Forse sto girando a vuoto. Forse non arriverò da nessuna parte. Forse questa non è la mia strada. Mi chiedo come andrà a finire questa storia. Quel volto. Nascosto dall’ombra. Quei biglietti. Un oscuro presagio si nasconde tra le nere righe di quei pezzi di carta.

Arrivo ad una piccola radura. Posso notarlo distintamente. Gli alberi disegnano un cerchio perfetto. La loro di disposizione è innaturale. Geometrica. Al centro il nulla. E’ tutto deserto. Sono al capolinea. Dove sei finito? Dove sei pezzo di merda! Dove sei! Qui la neve è ancora pura. Niente strane deviazioni cromatiche. Niente segni di violazione. Nessuna traccia di passi. Nemmeno di l’impronta di qualche selvaggia bestia.

Rimango alcuni minuti a contemplare il vergine utero della foresta. Decido di andarmene. Mi volto dopo lunghi attimi di esitazione. Sono estasiato. Inebriato. Un’overdose di perfezione. Era diventato forse il mio nuovo posto solitario? Aspetta a cantare vittoria Shinichi. Lui è lì. In mezzo al sentiero da cui ero venuto. Lascia cadere dalla mano destra un biglietto. Nero. Non ho nemmeno il tempo di rendermene conto che lui è sparito.

Raccolgo quell’ennesimo biglietto nero. Lo leggo. Una gelida e secca folata di vento mi assale alle spalle. Il messaggio vola via dalle mie mani. Si alza in volo a qualche metro da terra e scompare anch’esso nell’oscurità della foresta. Non mi aveva abbandonato. Mi stava aspettando. Ora mi sento più tranquillo. Torno sui miei passi. Ho bisogno di fumare.

Mentre cammino verso l’auto non penso a niente. La mente è vuota. Libera.. Completamente. I lampioni distendono e comprimono la mia ombra a ritmo. Faccio una sosta ad un distributore automatico. Maledetto accendino. Non ti avevo mai desiderato così tanto prima d’ora. Lo sa bene un fumatore. Una sigaretta non si accende con il pensiero. Serve una scintilla, e dell’ossigeno ovviamente. Cosicché il gas possa sprigionare la sua flebile eruzione d’energia.

Accendo la sigaretta. E ne gusto il sapore. Inspiro lentamente. Non ho nessuna fretta. La assaporo come se fosse l’ultima della mia vita. Questo piacere non deve finire. Mi siedo. Osservo il panorama. Il monte Yotei si erge senza timidezza di fronte ai miei occhi stanchi. Penso a cosa potrei provare se me ne andassi da Kyogoku un giorno. Girare il mondo. Senza mai far ritorno.

Torno a casa. E’ veramente tardi. Sono stanco. Forse potrei riuscire a dormire stanotte. Non accendo la luce. La Luna e la neve filtrano dalla finestra con un fascio di luce diagonale. Cerco di non svegliare nessuno. Striscio velocemente verso il letto. Il caldo tepore di casa mi difenderà dal prepotente freddo che inginocchia il Giappone da giorni. Ma sfortunatamente qualcuno mi sta già aspettando da tempo. Sotto le coperte.

 

Shinichi Kuromori