Storie di una foresta. Racconto haiku numero due.

E’ la notte successiva all’incontro con il misterioso ragazzo. Stessa ora. Stesso posto. La pioggia è battente. Non m’importa. Sono sicuro tornerà. Deve tornare. Altrimenti tutto quanto non avrebbe senso. Mi accendo una sigaretta. Il vento è forte e soffia con violenza. La Luna non è presente. Non sarà mia testimone.

Fisso il lampione di fronte a me. Espiro il fumo dalla arida bocca coprendo la tiepida luce gialla che illumina il marciapiede. Vedo la nuvola appannare il suo raggio luminoso. Addensarsi. E poi dissolversi come per magia. Mi volto. E lui è lì. Più distante di ieri. Forse ha paura. Forse pensa che cercherò di andargli incontro.

Un brivido si genera dal collo. Cresce indomabile scorrendo la schiena fino a non farmi più sentire le gambe. Gli alberi spogli dondolano. Quanto adoro gli alberi. Perché è tornato! Vuole osservarmi? Vuole forse giudicarmi? O solamente non trova il coraggio di parlarmi? Non mi muovo. Non si muove. La pioggia batte sulla terra violentemente.

Il parcheggio del cimitero è il mio piccolo angolo di paradiso. Lì sono in pace, quando sono solo. Perché si è voluto intromettere nella mia intimità! Ho troppe domande in testa. Ripeto a mente ciò che avevo letto sul foglietto trovato attaccato al lampione la sera precedente. Lui continua a fissarmi. Un cane abbaia in lontananza.

Ricordo che mio nonno mi portava sempre a vedere un laghetto, quando ero piccolo. Poco distante da qui. Era pieno zeppo di carpe bianche ed arancioni. Amavo osservare i loro corpi scivolare gli uni sugli altri. Ora non esisteva più. Maledetta dea del progresso. Ci avevano costruito sopra uno stupido parcheggio.

Continuo a fumare. Lo osservo. L’aria gelida mi sta congelando le membra. I miei vestiti fradici iniziano a pesare. Riesco a distinguere nettamente la pioggia scendere copiosa tra i fasci di luce dei lampioni. Allineati. Tutto intorno è tenebra. Era forse anche il suo piccolo angolo di paradiso? Continua a fissarmi. Immobile.

Eccolo. L’ultimo treno del giorno squarcia la notte con il suo sibilo in lontananza. Si sente a malapena. Ma forse abbastanza per farmi guadagnare un vantaggio. Un misero secondo per poter scattare verso di lui ed agguantarlo. Una volta per tutte. In un potente abbraccio letale. Per vedere chi è. Per sapere cosa vuole da me.

Il rumore del treno è solo un ricordo. Sto già correndo. Lui capisce. Si volta, e parte. Corre più veloce di me. La pioggia insistente mi copre gli occhi. Non m’importa. Devo prenderlo. Non ha molto vantaggio. Se non fosse per quella stupida sigaretta ora lo avrei già preso. Le strade sono deserte. Kyogoku è una città monotona.

Ma io adoro Kyogoku. Le uniche attrazioni per giovani sono dei piccoli caffè letterari. Tu ti siedi. Ordini un tè e leggi un libro. Adoro leggere libri. Sto ancora correndo. L’affanno mi sommerge i polmoni. La salivazione si fa densa e amara. Quel maledetto ragazzo ha imboccato una strada in salita. E’ buia. E si perde nella foresta.

Ad ogni metro la vegetazione si infittisce sempre di più. C’ero stato poche volte prima d’ora. Lui però è sempre più vicino a me. Il tempo nella foresta sembra si sia fermato da secoli. Scivolo con la scarpa su una liscia pietra nera. Sbatto violentemente il volto sulla ghiaia. E’ morbida. Forse per la pioggia. Lui intanto scompare nella notte. E un rivolo di sangue falcia la mia guancia.

Shinichi Kuromori