Storie di una foresta. Racconto haiku numero uno.

Adoro le notti d’inverno illuminate dalla Luna, amplificate dalla pioggia che copre le nere strade di Kyogoku. I gialli lampioni scaldano l’aria gelida con romanticismo e nostalgia. Gli alberi spogli dormono. Saranno bellissimi a primavera. Come delle giovani spose. Adoro i ciliegi a primavera.

Un treno sibila in lontananza squarciando il silenzio teatrale che domina nella gelida calda notte di ottobre. Kyogoku è una piccola cittadina poco distante da Sapporo, nell'isola di Hokkaido. Quel che basta per renderla un incantevole habitat inalterato dalla distruzione compulsiva dettata dalla dea del progresso.

E’ quasi mezzanotte. Spengo la macchina. I finestrini sono appannati. La luce dei lampioni del parcheggio del cimitero fatica ad illuminarmi le mani appoggiate al volante. Esco dall’auto e mi accendo una sigaretta. Hanno detto che tra un mese nevicherà. Adoro la neve. E’ così pura e vergine.

Il parcheggio del cimitero di Kyogoku è il mio posto preferito. Adoro sedermi sulle panchine, guardare gli alberi ed ascoltare il vento che respira sulle mie orecchie. Il fumo della sigaretta mi graffia la gola. Tossisco. Ma nessuno mi sente. Il vento grida più forte di me.
Adoro guardare gli alberi dondolare.

Sento dei passi in lontananza. Il vento si è spento. Un ragazzo si sta avvicinando. E’ vestito tutto di nero. La luce dei lampioni non mi aiuta a distinguerne i lineamenti. Getto a terra la sigaretta ancora fumante. Un tiepido alito d’aria mi accarezza il viso. Il ragazzo si ferma a pochi passi da me. Mi fissa. Non riesco a vedere il suo volto.

Un sentimento misto di paura e curiosità invadono cuore e mente. Spero non voglia farmi del male. Non ho nemici. Tutti mi vogliono bene. Sono solo un ragazzo. Perché sto diventando paranoico? Perché dovrebbe farmi del male! In fondo mi sta solo osservando. Con un gesto automatico e disinvolto mi accendo un’altra sigaretta.

Quello che odio di più della neve è il colore che assume i giorni successivi alla sua caduta dal cielo. Il nero dello smog ed il marrone del fango stuprano in modo violento ed implacabile la verginità di quel bianco paradisiaco. Quel ragazzo non smette di fissarmi. Ora mi alzo e gli spacco la faccia se non se ne va.

Fumo la sigaretta con la mano sinistra. Lo faccio solo quando sono nervoso. Una debole pioggia inizia a tintinnare sulla terra, sull’asfalto e sui tetti. Le gialle luci del parcheggio del cimitero si spengono. Fisso di colpo il lampione dove quel ragazzo si era fermato. Merda! E’ sparito.

Quando torna la luce di lui non c’è più traccia. Nell’aria è rimasto solo il suo profumo. Abete, miele e papavero. Adoro quel profumo. Sul lampione è attaccato un biglietto nero. Mi alzo e perlustro con lo sguardo tutta la zona. Sono solo. Come nella vita in effetti. Afferro il foglio e lo leggo ad alta voce per farmi coraggio.

Chi era quel ragazzo? Perché era rimasto immobile a guardarmi senza dire una parola?
Guardo l’orologio. Da lontano un campanile suona la mezzanotte. Non voglio tornare a casa. Non riesco a muovermi. Per fortuna c’è ancora la Luna a tenermi compagnia. Quello stupido profumo. Lo adoro.

 

Shinichi Kuromori