BILL VIOLA
di Giulio Sogliacchi

In una società altamente tecnologica come quella odierna, era quasi scontato che anche l’arte virasse con decisione verso nuove forme di espressione; del resto è proprio questo che l’attività artistica deve essere: specchio del tempo in cui si manifesta.
La videoarte nasce in un contesto del genere, sfruttando un mezzo relativamente recente, il video, e portandolo a livelli inimmaginabili di creatività e genialità.
Bisogna fare una premessa: un filmato non è particolarmente adatto ad un ambiente come quello dei musei e delle gallerie, in quanto il fattore tempo diventa una discriminante dell’opera, e spesso si è costretti a vederne soltanto dei brevi frammenti; sarebbe ideale proiettarli al cinema o addirittura in tv, ma sappiamo quanto questi spazi siano influenzati da regole commerciali.
  Credo però che valga la pena fermarsi con grande attenzione davanti ad un’opera di Bill Viola (si legge Viola, non “Vàiola”), sia perché può dimostrarsi un’esperienza mistica e coinvolgente, sia per la grande qualità del risultato finale.

Questo artista nato nel ’51 a New York, ha fatto della meticolosa precisione il suo credo, progettando attentamente l’effetto sonoro, e creando immagini cariche di significato grazie ad un’ottima regia e all’abbondante uso del rallentatore.
Favoloso è l’effetto di Emergence del 2002, dove è riuscito a far diventare un dipinto di Masolino da Panicale un quadro in movimento; un soggetto maschile infatti esce da un pozzo, con a fianco due donne vestite con abiti contemporanei, che alla fine sorreggono il ragazzo e lo depongono al suolo coprendolo con un drappo. C’è un dialogo vivo con l’antico, riproposto in chiave attuale e soprattutto teatrale.
Influenzato anche dalla cultura Zen, l’induismo e il buddhismo dopo un suo viaggio in Giappone nei primi anni ’80, incentrerà la sua attività sulla ricerca sistematica delle varie sfaccettature della condizione umana; tutto ciò si tradurrà nella serie Quintet of portraits del 2000, dove vengono analizzate varie emozioni, come per esempio lo stupore in Quintet of astonished.
Il cinque è un numero che ritroviamo spesso nella poetica di Viola, in quanto richiama i cinque Skandha della dottrina buddhista, cioè il corpo, i sei sensi, le sensazioni, le percezioni e la coscienza.

Ma giusto per non farsi mancare niente, questo artista americano indaga anche sui temi della nascita e della morte, sullo scorrere inesorabile del tempo e sulla compenetrazione tra realtà e sogno, sullo spazio, sulla luce e sull’oscurità.
Basta porre l’attenzione su Passage del 1987, videoinstallazione al Centre Pompidou di Parigi, dove lo spettatore entrava in uno spazio angusto per vedere un filmato di 6 ore e mezza di un compleanno di un bambino; qui, con un facile salto mentale, riaffiora in ognuno di noi il ricordo degli anniversari passati, dei video che magari i nostri genitori o parenti ci hanno fatto, e che quando rivediamo ci accorgiamo di quanto il tempo sia passato.
Ma voglio chiudere con un elemento che a mio avviso Bill Viola sa usare in maniera impeccabile, sia visivamente che sonoricamente: l’acqua.
In The Crossing del 1996, in una parte del grande schermo un uomo si ferma in un punto preciso e viene investito da una cascata d’acqua che lo copre al punto da farlo sparire completamente, in un’unione perfetta con questo elemento primordiale che tra l’altro ritroviamo anche in altre opere, quali The reflecting pool o The lovers, per citarne alcune.
Ovviamente questo è solo un assaggio della molteplicità di video e di tematiche che si potrebbero approfondire riguardo a questo abilissimo videoartista, ma anche nel mio caso valgono i fattori tempo e spazio, tanto cari a Viola, non “Vàiola”.

Giulio Sogliacchi