La Monarchia

PARLIAMO DIECI LINGUE MA NON SAPPIAMO DIRCI ADDIO

Quando si pensa a Firenze, vengono in mente gli innumerevoli capolavori architettonici, il Dolce Stil Novo, o ancora gli Uffizi e le opere d’arte immortali che ivi riposano. Probabilmente non basterebbe una vita per poter apprezzare a pieno tutto ciò che il capoluogo toscano ha da offrire.

Pochi sanno, forse, che Firenze è oltretutto, la città de La Monarchia, quartetto post punk che martedì 3 febbraio farà il proprio debutto con l’album “Parliamo Dieci Lingue Ma Non Sappiamo Dirci Addio”, edito dall’etichetta cittadellese Dischi Soviet.

L’opera sembra avere un filo conduttore: i testi, rivolti ad un ascoltatore immaginario, ci presentano le oppressioni, le paure e la voglia di riscatto; riflessioni personali, mature e solide, condite da suoni pesanti, distorti, arroganti.

Lungo tutto l’ascolto dell’album, La Monarchia sembra non concederci respiro: le prime tracce (“Ti Vedo”, “Non Esco Più”, “Evitare Tutto”), in grande stile post punk d’oltremanica, hanno la carica di una mandria di tori a piede libero. La ballata “Insieme”, che fa da cardine all’opera, ci regala minuti di riflessione e dolcezza, e avvicinandosi agli ultimi atti dell’album, incontriamo outro strumentali di grande spessore e forza comunicativa (“Nervi Saldi”, “Stabilità”) per poi concludere con il classico brano introverso e sperimentale (“Novembre”).

La loro produzione è influenzata dai grandi del panorama italiano indipendente, come Il Teatro Degli Orrori e I Ministri; lo si percepisce nelle chitarre distorte e nei riff di batteria incalzanti e mai banali, nei testi graffianti,  che trasmettono con molta grinta il messaggio all’ascoltatore.

Per essere un debutto, “Parliamo Dieci Lingue Ma Non Sappiamo Dirci Addio”, mostra chiaramente le potenzialità de La Monarchia, i ragazzi hanno le idee chiare e nessun timore di metterle in musica.

Una domanda scontata. Perché avete scelto il nome "La Monarchia"?
Cercavamo un nome italiano che fosse d'impatto e che rimanesse ben impresso nella mente della gente. Avevamo un’ampia rosa di nomi, poi un giorno Giulio, dopo essersi imbattuto in un saggio dantesco per un esame universitario, il Mònarchia appunto, ci propose di italianizzare il nome per farne una citazione, rimanemmo subito affascinati. La Monarchia suonava bene, era un nome che non aveva bisogno di essere colorato e soprattutto era affine ai mood e alla poetica del gruppo con la sua aura di splendore antico che rimandava a qualcosa di importante. Diciamo che è stata una scelta dettata dall’onomatopea del nome e da un insieme di evocazioni visive, niente a che vedere con il suo riferimento politico, (non siamo monarchici, ci preme chiarirlo ;) ).

Il vostro sound ricorda molto I Ministri. Sono fonte d'ispirazione per voi? Chi sono gli artisti che maggiormente influenzano la vostra musica?
Diciamo che il tipo di formazione con il cantante bassista, i testi in italiano e molto probabilmente un'amore comune per un certo tipo di alternative rock degli anni novanta possa portare a simili approdi. In realtà nell'album confluiscono sonorità piuttosto varie che si allontanano dal quel tipo di sound. A noi comunque i Ministri piacciono, così come altre rockband italiane. È scontato dirlo ma ascoltiamo un po' di tutto, poi ognuno di noi naturalmente ha e ha avuto ascolti diversi, negli ultimi sei mesi per esempio molti Interpol, Foals, Japandroids, Mogwai, One Dimensional Man e Ef.

Qual è il palco in cui vorreste assolutamente salire?
Tutti!. Scherzi a parte un qualsiasi palco che sia adatto e possa valorizzare il nostro live e che ci permetta di ricreare un'atmosfera fedele al disco, uno che sia giusto per una rockband, o meglio, che permetta ad una rockband di instaurare un determinato tipo di contatto con il pubblico nel modo che gli è più proprio e naturale, ce ne sono molti in Italia.

Avete aperto a grandi nomi della musica italiana. Con chi, un giorno, vorreste assolutamente suonare?
Sarebbe veramente difficile e riduttivo per noi limitarci solo a fare qualche esempio di alcune personalità della musica italiana con cui ci piacerebbe suonare, e non parliamo soltanto di grandi nomi, ma anche di quel sottobosco di band e di artisti per il momento non ancora troppo noti ma che con tuttà probabilità lo diventeranno presto. Condividere il palco con un’artista o un gruppo che stimi e apprezzi è un’esperienza preziosa che in un certo modo arricchisce il tuo bagaglio e ti fa sentire più vicino al mondo che ami.

Che messaggio vorreste trasmettere con “Parliamo Dieci Lingue Ma Non Sappiamo Dirci Addio”?
L’idea era quella di raccontare storie di vita vissuta e tematiche di rilevanza sociale, non in modo diretto, ma dal punto di vista delle persone che le vivono o che le condividono, dal momento che bene o male toccano un po’ tutti. Descrivere ogni sfaccettatura dei rapporti interpersonali attraverso i sentimenti, i pensieri e le pulsioni.
“Parliamo Dieci Lingue Ma Non Sappiamo Dirci Addio” è la frase che meglio riesce a contenere queste tematiche proprio perché molto spesso alla base di tutto c’è sempre una mancanza di comunicazione, ed è un vero e proprio paradosso considerando che viviamo nell’epoca della “condivisione”. Nonostante le innumerevoli oppurtunità che ci consentono di comunicare, purtroppo ci parliamo “veramente” sempre di meno.

Quali sono i vostri progetti futuri?
I progetti a breve e medio termine sono quelli di portare il disco in giro. Fra pochi giorni inizierà il tour di concerti, abbiamo già un bel po' di date davanti a noi e altre in arrivo. Inutile dire che siamo felicissimi ed eccitati, proprio perche il live per noi è un momento importante, è il traguardo di un percorso iniziato con la scrittura e l'arrangiamento dei brani e passante per la fase di registrazione.

In che modo secondo voi, dovremmo ascoltare il vostro album?
Come tutti i dischi ha bisogno di essere ascoltato più volte e tutto di un fiato proprio per i molti colori che vi sono racchiusi. Ci sono canzoni di più facile ascolto e ricezione e altre che necessitano di qualche ascolto in più per essere assimilate.
 

Shane McKeane & Elliot Walker