La vita sul palco scenico. Un omaggio ad Arnoldo Foà.

Quello che segue è un semplice ricordo, un personalissimo omaggio, non ad un uomo, ma ad un’icona: Arnoldo Foà, uno di quei miti che in adolescenza ci fanno innamorare dell’arte, che ci danno la sensazione che su un palco, una tela, uno spartito, tutto sia possibile.

Tutto cominciò quando mia madre mi chiamò per mostrarmi in televisione un vecchio spezzone di spettacolo in bianco e nero dicendomi “Se vuoi vedere davvero un grande attore, vieni a vedere ora”. Accorsi più per dare soddisfazione a lei che per una vera curiosità mia. Immaginavo di dovermi sorbire un noiosissimo spettacolo, di un uomo in calzamaglia che con un teschio in mano fa sentire il peso dell’esistenza stessa a tutti i presenti ed invece, senza accorgermi, rimasi in piedi, incapace di staccarmi dallo schermo. Ciò che vidi era un uomo, che parlava con una voce sicura e roca, una voce con la quale non si può altro che annuire per non sfigurare. Ballava e scherzava sulla base di un copione che, anche se privo di parolacce e imprecazioni, riuscì ad essere a tal punto incisivo che nei giorni successivi mi iscrissi ad un corso di teatro.

Per due volte ebbi l’occasione e la fortuna di poterlo vedere esibirsi dal vivo sul palco di un teatro. Due dei suoi ultimi spettacoli, “Novecento” di Baricco e “Sul lago dorato” di Ernest Thompson. Non mi era capitato mai di essere a tal punto coinvolto nella storia, si era immersi completamente nella voce di quel vecchio che raccontava una vita vissuta, dove ogni parola aveva il suo significato grazie al modo in cui essa veniva pronunciata e al semplice gesto che l’accompagnava.

L’ultima volta che lo vidi mi strappò una risata. Una sera accesi la televisione per noia e facendo zapping capitai su un programma nel quale avevano invitato il vecchio leone a conoscere e premiare, a loro dire, i due giovani attori italiani più promettenti. Rimase in silenzio per gran parte del tempo, ma quando la conduttrice, scandendo la frase come parlasse ad un sordo, gli chiese cosa pensasse dei due giovani che sorridevano, scoprì che in realtà era presente, eccome se era presente. Si raddrizzò un poco, li squadrò e chiese loro, guardando di sottecchi di pronunciare una frase, una qualsiasi, senza alcun accento. I due si guardarono, visibilmente interdetti. Una volta vinto l’imbarazzo, con l’aiuto della rigida conduttrice, diedero vita ad un piccolo dialogo fatto di risatine e scemenze caricate di un forte accento romanesco. Nel silenzio dello studio Foà ammiccò, sorrise e con tono vagamente beffardo ammise che erano davvero bravi. L’ultima lezione era stata data.

Come si può capire, non dev’essere stato facile avere a che fare con un individuo di tal carattere, d’altronde da un uomo che ha lasciato l’università a vent’anni per seguire la sua passione, che è stato sposato quattro volte, l’ultima con una donna di quarantasei anni in meno, credo ci si possa aspettare di tutto; compresa un’autoironica partecipazione al film divertente e demenziale della Gialappa’s Band “Tutti gli uomini del deficiente”.

Privo di note biografiche, per chi fosse interessato internet può dirvi tutto, questo è il ricordo di un brillante artista che ha sempre seguito la sua strada con orgoglio, sicuro di sé, fregandosene spavaldo, dei costumi della società e dei suoi giudizi, un possibile stimolo per chi tra noi si chieda se è ancora possibile seguire le proprie passioni e vivere, diventando ciò che veramente decidiamo di essere.

Stefano Turri