Lo spazio del vuoto metafisico.

1958.
E’ il 28 aprile, ci troviamo a Parigi, alla Galleria Iris Clert per l’inaugurazione di “Le Vide, ou la sensibilité picturale à l’état de matière première” di Yves Klein.

“Iris Clert vi invita ad onorare, con tutta la vostra Presenza emotiva, l’avvento lucido e positivo d’un indubitabile regno del sensibile. Questa manifestazione di sintesi percettiva sancisce con Yves Klein la ricerca pittorica d’un emozione estatica ed immediatamente comunicabile.
Lunedi, 28 aprile 1958, h. 21 , Iris Clert, 3 rue des Beaux-Arts, Paris”[1].

Yves Klein allestisce l’intero spazio della galleria, che si presenta piccolo, con ingresso e vetrina che danno sulla strada.
In 48 ore l’artista elimina tutto l’arrendamento e dipinge di bianco le pareti interne, e di blu la vetrina ed il lucernaio.
Inviati tremilacinquecento inviti, viene prevista anche una specie di carta d’ingresso gratuito, senza la quale si è tenuti a pagare $ 3.00 a persona.
L’artista fa preparare appositamente per la mostra un cocktail blu, che offre a tutti gli invitati.
L’entrata è sorvegliata da due membri della Guardia Repubblicana in alta uniforme.
Durante la serata galleria e strada sono bloccate dalla folla, che accalcandosi presso l’entrata, richiama l’attenzione della polizia, la quale domanda a Klein perché tanta gente paghi $ 3.00 per vedere il vuoto.
Tutti coloro che partecipano alla serata di inaugurazione, il giorno seguente urinano blu.
L’esposizione, di durata prevista di sette giorni, viene prolungata per altri otto, duranti i quali più di duecento visitatori sperimentano il Vuoto, a volte senza proferire alcuna parola, a volte esplodendo in lacrime e singhiozzi. 

“I had left the visible, physical blue at the door, outside, in the street. The real blue was inside, the blue of the profundity of space, the blue of my kingdom, of our kingdom! ... the immaterialisation of blue, the coloured space that cannot be seen but which we impregnate ourselves with ... A space of blue sensibility within the frame of the white walls of the gallery”[2].

La stanza della galleria si configura come il luogo del Vuoto metafisico: tra i monocromi bianchi delle pareti l’individuo si trova di fronte a sé stesso, nel tempo presente, un hic et nunc di cui il bianco riflette l’atemporalità e l’estrema, e perché no, finale presenza.
Il blu ed il bianco, la materia pittorica stesa senza limite di forma, sono la chiave mistica per una trascendenza necessaria: la libertà. Non ci troviamo di fronte ad un oggetto, ma piuttosto ad un’azione. In primis quella dell’artista, che fisicamente svuota la galleria e la rende situazione d’accadimento, ed in secundis quella del fruitore, la cui sensibilità è chiamata ad agire, a farsi presente.
Quella di Klein è una concezione dell’opera d’arte e della vita in cui forma e vuoto non differiscono, in cui il fenomeno pittorico e quello esistenziale coincidono e riflettono il concetto di vacuità.
L’artista ritiene la sensibilità moneta dell’Universo, dello spazio, della natura che permette di acquistare un po’ di vita, e l’immaginazione suo veicolo. Tramite immaginazione si raggiunge la Vita, che è l’arte assoluta.
“Il Vuoto e la Monocromia sono i simboli del mondo. Li unisce un unico fondamento reale: l’energia, che è fissata dal colore, e che circola liberamente nello spazio”[3].
Yves Klein supera la problematica dell’arte: per l’artista la pittura non è più in funzione dell’occhio ma dell’unica cosa che non ci appartiene, la vita.
" L’uomo non arriverà a prendere possesso dello spazio se non attraverso le forze terribili, sebbene improntate alla pace, della sensibilità. Non potrà conquistare veramente lo spazio - il che è certamente il suo più caro desiderio - se non dopo aver realizzato l’impregnazione dello spazio con la sua propria sensibilità. La sensibilità dell’uomo è onnipotente sulla realtà immateriale. La sua sensibilità può anche leggere nella memoria della natura, che si tratti di passato, di presente o di futuro! Questa è la nostra autentica capacità di azione extra-dimensionale"[4].

Letizia Liguori

 

[1] Yves Klein, STABILITO CHE... (MANIFESTO DELL’HOTEL CHELSEA. 1961), in «nouveaurealisme.weebly.com».
[2] Yves Klein,1928-1962 Selected Writtings, in «www.ubu.com».
[3] Lucrezia De Domizio Durini, Pierre Restany. L’eco del futuro, Milano, SilvanaEditoriale, 2005, p. 305.
[4] Yves Klein, STABILITO CHE...Op. cit.