Jenny Holzer

Sei responsabile del significato delle cose

 

Lavorare con il linguaggio è pratica oramai riconosciuta ed incredibile fonte di sorprese.
Le parole, da sempre, transitano, rivelano mondi accessibili e l’inaccessibilità degli stessi, un gioco di rimandi in cui lo scacco è rappresentato dalla stato di consapevolezza con il quale ci si approccia a queste.
La serie “Truism”, 1977, di Jenny Holzer questo fa, apre un confronto diretto tra la parola e il segno, tra l’immaginario mediale e le sue insinuazioni.

L'artista ha dichiarato che le origini del concetto di “Truisms" si possono far risalire agli anni 1976-7, quando frequetava gli Indipendents Studies al Whitney Museum.

 “The ‘Truisms' series is partially a response to a wonderful reading list in the Whitney program. It included numberless books, all of which were heavies, so just the prospect of wading through them was enough to make me do Jenny Holzer's Reader's Digest version of Western and Eastern thought. I loved all these great thoughts on Western culture, but I figured I was reasonably bright and reasonably well-educated, and if I couldn't plow through it, certainly a lot of other people couldn't either. I realised the stuff was important and profound, so I thought maybe I could translate these things into a language that was accessible. The result was the ‘Truisms'.”

Si tratta di messaggi brevi, frasi dal sapore popolare, il cui senso è volutamente contraddittorio, minacciando l’apparente tranquillità con la quale guardiamo ai cartelloni pubblicitari o ai volantini sparsi per le strade. Queste frasi sono accattivanti, dal grande potere ipnotico, difatti Holzer è questa che vuole, catturare l'attenzione dello spettatore. Gran parte del suo lavoro è progettato per spazi pubblici, spazi che accolgono i suoi Truism così come le sgargianti pubblicità del “Paghi 2 compri 1” o “Svendita totale!”. 

Holzer scrive su tutto, dalla guerra al cibo, dalla politica a considerazioni etiche e morali. Parla schietta e diretta a colui che legge, lasciando alla parola, stampata o video, le luci della ribalta. L’artista cerca l’anonimato, il suo linguaggio è il nostro linguaggio, ma l’operazione di messa in mostra sconvolge la realtà di cui è messaggero, il pensiero, e la realtà a cui siamo assuefatti, quella dell’immagine.

Generare odio, indifferenza, approvazione, sbigottimento? Sì.
Mettere in relazione questioni di stampo etico e la responsabilità di scegliere? Anche.

“Si può immaginare che una verità lapalissiana sia una credenza sintetizzata. E si può anche pensare che le credenze siano alla base dell'azione.” 

“Painting was falling away by the time I went to the Whitney. I'd been doing projects outdoors for the public. I made pigeons eat geometry by putting bread out in rhomboids and triangles. I don't know if this activity made sense, but the work was available. And I ripped my paintings and left long colored ropes at the beach for people to puzzle over. I was working outdoors, but I didn't have any language, any clear content outside yet. Words arrived when I started to write on my paintings inside my studio. All that was in Providence, Rhode Island, before I moved to New York, where writing came to the fore. I used language because I wanted to offer content that people—not necessarily art people—could understand.”

 

Fonti:
http://www.interviewmagazine.com/art/jenny-holzer
http://www.tate.org.uk/
Alfano Miglietti Francesca, Identità mutanti. Dalla piega alla piaga: esseri delle contaminazioni contemporanee, Mondadori, 2004

Barbara Kruger

Your body is a battleground.

 

Opera senza titolo di Barbara Kruger, creata in occasione della marcia tenutasi il 9 aprile del 1989 a Washington, dove 500.000 donne marciarono per manifestare il proprio dissenso nel confronti delle leggi antiaborto e proclamare il proprio diritto di scelta.
Si tratta di una fotografia in bianco e nero, dove il volto femminile è diviso sull’asse centrale creando un gioco di positivo e negativo, sopra il quale si stagliano i blocchi rossi con testo in bianco, “YOUR BODY IS A BATTLEGROUND” e le informazioni sulla manifestazione.
Le due metà dell'immagine evidenziano le idee di "positive contro negative, bianco contro il nero, il bene contro il male ". Ma cosa è giusto e sbagliato in una società che utilizza il corpo come moneta di scambio e che lo assurge a vuoto vessillo?

Eppure la Kruger dice che il tuo corpo è una campo di battaglia, e lo dice facendo proprio una stereotipo visivo, questo volto femminile dal look anni Cinquanta, in una fotografia-manifesto dai toni accattivanti della pubblicità. 
Certo, il corpo femminile nel contesto femminista non vuole essere l’oggetto dello sguardo maschile, si dichiara indipendente e forte della propria individualità.
Ciò che l’artista opera, utilizzando il medium fotografico e il fotomontaggio, è un intervento critico: stimola visivamente il pubblico, propone un’immagine seducente e la fa circolare negli spazi urbani, con un’azione invasiva al pari della comunicazione pubblicitaria.

L’immagine della Kruger è un’immagine facilmente riconoscibile, declinata secondo una retorica diretta, immediata, così come il linguaggio che utilizza, secco e rigoroso.

L’artista lavora con parole e immagini, sfida il senso comune per attivare nel pubblico coscienza critica, la messa in discussione di ciò che massivamente si impone nel quotidiano, 

“Sai perché il linguaggio si manifesta in quel modo nel mio lavoro? Perché io capisco quanto siano brevi i momenti di attenzione. Ho una ridotta capacità d’attenzione. Quando guardo la televisione penso che le pubblicità non dovrebbero durare più di dieci secondi. Credo ci siano molti modi di essere rigorosi e chiedo alla gente di essere rigorosa nei complimenti come nelle critiche.

Un testo breve significa tagliare il superfluo. Mi rivolgo alla gente in maniera molto diretta.

Cerco di affrontare le complessità del potere e della vita sociale e, a seconda della presentazione visiva utilizzata, cerco di evitare livelli di difficoltà troppo alti.  Voglio che la gente sia attirata nello spazio dell’opera e molta gente è come me, ha una soglia di attenzione molto bassa, quindi non mi lascio scappare l’opportunità.

Credo di aver sviluppato delle abilità linguistiche per difendermi. E’ quello che devono fare le ragazze invece di tirare fuori il fucile.”

Il lavoro di Kruger è un racconto? L’utilizzo delle immagini lo rende effettivamente facilmente fruibile?Immagini e parole, poi, se accostate o messe in relazione, in un contesto di squisita contestazione politica, non risultano invadenti e raffinate?

 

Fonti: 
http://www.arthistoryarchive.com/arthistory/feminist/Barbara-Kruger.html
Emanuela De Cecco e Gianni Romano, Contemporanee.Percorsi e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta a oggi, Postmedia, 2002

 

Letizia Liguori