Ana Mendieta

“Feminism is an ideology, a value system, a revolutionary strategy, a way of life”.

Ana Mendieta.
Americo-cubana.
1948-1985.

 

Gli anni Sessanta e Settanta si configurano come un convulso fagocitare e come una categorizzazione a priopri di ciò che è donna e femminile.

Le artiste femministe esprimevano l’ideologia femminista attraverso svariati media e prassi artistiche, e Ana Mendieta trova in questo sistema di riferimenti, non necessariamente situato in una sola forma, media o pratica, contiguità con il proprio lavoro.

Rape Scene (1973), che è parte di una serie di tre lavori realizzati nel 1973, si inserisce nel discorso femminista che mostra e condanna la violenza sulle donne. Questo lavoro nasce da un fatto di cronaca, lo stupro di una studentessa nel campus dell’Università dell’Iowa. Mendieta crea una scena che si riferisce direttamente alle implicazioni dello stupro, una tragedia che incombe soprattutto sulle donne, utilizzando come sito d'azione il suo appartamento e il proprio corpo come soggetto di indagine.

L’artista afferma: “A young woman was killed and raped and killed at Iowa in one of the dorms, and it just freaked me out. So I did several rape performances-type things at that time using my own body. They were tableaux […] So I guess that was the first kind of way in which I started using my body and doing something […] I did something that I believed in and that I felt I had to do.” 

Il tableaux, come Mendieta definisce a posteriori, fu creato sotto lo sguardo attento dei suoi compagni di corso ma, nei seguenti lavori, l’artista non coinvolgerà più direttamente il pubblico.
La scena così concepita si configura come un’arte di stampo comunicativo, che coinvolge la presenza dello spettatore come parte dell’azione.

Mendieta invitò amici e altri studenti nel suo appartamento di Moffit Street ad Iowa City.
Gli ospiti al loro arrivo trovarono la porta socchiusa: l’unica luce nella stanza buia illuminava l’artista, nuda dalla vita in giù, coperta di sangue, china e legata al tavolo. Il pavimento era coperto di sangue e piatti rotti.
Mendieta qui scava nell'immaginario individuale e collettivo, ponendo l’osservatore di fronte ad una situazione tragica, indesiderata, che si rifiuta di vedere ma che tuttavia avviene spesso. 

L’ artista si confronta con un dolore che è generalmente nascosto, socialmente trattato nei limiti del tabù, ed è la brutalità messa in scena a determinare la dissoluzione dell’individualità, divenendo vittima anonima. Il volto è nascosto, sono il corpo ed il sangue a veicolare un messaggio di verità, impegnando l’osservatore a identificarsi con la fragilità del corpo violato, torturato, e che allo stesso tempo rende complici del delitto al punto che, come membri del tessuto sociale, non ci impegniamo nell’ affrontare queste situazioni. 
L'azione coinvolge un piccolo gruppo di persone che, attorno all'artista, discutono dell’argomento e delle sue implicazioni per la durata di circa un’ora, mentre Mendieta rimane china con le mani legate da corde. In questo lavoro, come in molti della sua produzione, gli esercizi attuati nell’ azione dimostrano che la pratica artistica ha senso solo se pienamente coinvolta nel processo di invettive della società.

Sulla stessa linea sono le altre opere della serie indicate come Moffit Building Piece (primavera del 1973), in cui dal fondo della porta di una casa che si affaccia sulla strada scorre del sangue che i pedoni vedono ma ignorano, e Rape (1973, fig. 10), in cui Mendieta, in un luogo appartato di Iowa City, appare riversa su un tronco e apparentemente morta, per la posizione del suo corpo. 

In tutte queste opere la questione centrale è l'affermazione della violenza, dei gesti che ne connotano la ferocia e delle implicazioni fisiche e sociali che comportano. 

Mendieta si trasferisce a New York nel 1978 e si unisce al collettivo artistico A.I.R., associazione di artiste femministe di New York.

“It is undeniable that Mendieta was active within A.I.R. for several years; however, her commitment to A.I.R.’s feminist politics is still somewhat contested”.

Il collettivo A.I.R. fornisce all’artista una piattaforma su cui esporre il proprio lavoro, così come una rete fondamentale di sostegno per la sua sperimentazione artistica, e qui realizza le prime personali. 
Di fatto l’artista si sentì insoddisfatta da questo gruppo che lei stessa identificava come “bianco” e non attivo su tutto il fronte femminile.

Ana nel 1982, nel turbinio di attività promosse da donne di colore, si dimette da A.I.R.

Mendieta parla a tutte le donne, a tutti coloro sentano un forte senso di sradicamento e subiscono violenza, non dell'essere essenzialmente femmina. Oggi, come si può essere femministe? Ha ancora senso questo termine "femminismo"?

 

Letizia Liguori